DCA

I disturbi alimentari sono un modo per comunicare sofferenze interiori.

Sono disagi psicologici profondi, “malattie dell’amore”: non esiste un’unica causa che da sola possa determinare lo sviluppo di un Disturbo del Comportamento Alimentare (dca). Pensare in modo ossessivo al “cibo-corpo-peso” diventa un anestetico che permette di non sentire la sofferenza ma renderla visibile, è un modo per sopravvivere che diventa un’auto-cura.

Questi disturbi non devono essere scambiati per malattie dell’appetito. L’approccio nutrizionale non permette di elaborare le autentiche cause di questa grave patologia che copre una disperata fame d’amore che può sfociare in un dolore che non si vede, in un disagio psicologico lungamente incubato. E’ una malattia che si impossessa dei pensieri, diventa un’ossessione, è una voce che non cerchi ma decide, sceglie, pensa e agisce per te e rende sordi, ciechi e incapaci di urlare. Col tempo diventa una gabbia, una prigione, un labirinto di paure che isola dal mondo, oscura ogni luce e ti trascina via dalla vita vera verso qualcosa di doloroso.

Quando un componente di una famiglia soffre di un disturbo dell’alimentazione ci si pongono molte domande, per esempio:

• ma dove ho sbagliato?
• cosa posso fare?
• quale atteggiamento va tenuto?
• qual è la cura migliore? a chi rivolgersi?
• come convincere mio figlio/figlia a curarsi?
• si può guarire?
• come posso scoprire se vomita, se prende lassativi o diuretici?
• come comportarsi di fronte alle bugie?
• come gestire i pasti?

Dare una risposta unica ad ogni singola domanda sarebbe superficiale e nemmeno tanto utile. Le persone con anoressia o con bulimia nervosa non sono tutti uguali e neppure le loro famiglie.
Le equipe multidisciplinari che si occupano di disturbi dell’alimentazione hanno al loro interno psichiatri e psicologi che hanno lo specifico ruolo di aiutare i familiari a rispondere a queste domande, cercando assieme a loro di provare a capire ogni
singola situazione; in questa situazione, in genere, i familiari vengono coinvolti non solo per fornire utili informazioni, ma anche per ricevere veri e propri trattamenti o interventi di tipo informativo o psicoeducazionale.

  • I principali disturbi dell’alimentazione
  • Fattori di rischio, fattori precipitanti e fattori di mantenimento
  • Come si vede il paziente con DCA?
  • Disturbi connessi ai DCA
  • Perché non si arriva subito a una richiesta di cura: la “luna di miele” con la malattia …….
  • Solo una piccola percentuale di persone che soffrono di un disturbo dell’alimentazione chiede aiuto.
  • Le “responsabilità” della famiglia
  • Le associazioni di familiari
I principali disturbi dell’alimentazione

i principali disturbi dell’alimentazione e della nutrizione sono:

• anoressia
• bulimia
• disturbo da alimentazione incontrollata
• disturbi alimentari sottosoglia
• disturbi della nutrizione (feeding disorders)

All’interno del DSM 5 “manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 5° edizione”, l’intera classe diagnostica dei disturbi alimentari ha cambiato nome in “feeding and eating disorders”, per allargare il campo d’azione. Accanto all’anoressia e alla bulimia sono elencati altri disturbi, che sono la pica (consumo di sostanze non commestibili), il rumination disorder (il rigurgito di sostanza
ingerite), l’avoidant/restrictive food intake disorder (mancanza di interesse per l’ingestione sufficiente di cibo) e il binge eating disorder (disturbo da abbuffate).
Altri disturbi ancora più particolari sono raggruppati nella classe degli “other specified feeding or eating disorders”.

http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_5.jsp?lingua=italiano&id=63&area=Disturbi_psichici 

http://www.salute.gov.it/portale/quaderni/dettaglioQuaderni.jsp?lingua=italiano&id=2636

Fattori di rischio, fattori precipitanti e fattori di mantenimento

Per fattori di rischio si intendono quei fattori che sono in grado di aumentare la vulnerabilità a sviluppare un determinato disturbo.
Oggi tendiamo a privilegiare un modello multifattoriale che comprende fattori, ordini di fattori separati ma tra loro strettamente correlati: i fattori predisponenti (genetici, psicologici, ambientali), i fattori precipitanti o scatenanti ed i fattori di mantenimento. Tra i fattori predisponenti vi possono essere, ad esempio, le complicanze gravidiche e i danni perinatali, la presenza di familiari che soffrono o hanno sofferto di un disturbo alimentare, avere una bassa autostima, le difficoltà interpersonali, il perfezionismo, l’insoddisfazione corporea, il desiderio di magrezza e il ricorso alle diete ipocaloriche.
I fattori precipitanti sono eventi che possono determinare l’inizio del disturbo in persone che abbiano una predisposizione; possono essere eventi stressanti o traumatici come lutti, abusi, malattie, conflitti familiari, rottura di una relazione importante, cambio di scuola o di città.

I fattori di mantenimento sono fattori che favoriscono l’automantenimento del disturbo stesso. Tra questi vi possono essere la perdita di peso, le crisi bulimiche, il vomito ed i lassativi. Importanti fattori di mantenimento sono anche le conseguenze fisiche e psicologiche del disturbo. La marcata restrizione alimentare e la conseguente diminuzione di peso col passare del tempo favoriscono la depressione,
l’irritabilità e l’insoddisfazione per il proprio corpo. Questi fattori, attraverso un meccanismo a circuito chiuso, possono indurre un’ulteriore restrizione alimentare, finalizzata al miglioramento della propria autostima. Anche le reazioni della famiglia e dell’ambiente sociale possono favorire il mantenimento del dca.

I medici di base, spesso, non sono in grado di fornire un aiuto mirato e le strutture adeguate sono pochissime: il risultato è che dopo esperienze drammatiche in ‘normali’ reparti psichiatrici, le giovani pazienti di anoressia sono costrette a fare anche mille chilometri per ottenere le cure giuste. Un viaggio lungo e costoso che solo le famiglie più fortunate possono permettersi, anche perché molte ASL fanno di tutto per non concedere le autorizzazioni necessarie alla trasferta.

Come si vede il paziente con DCA?

Una caratteristica quasi sempre presente in chi soffre di un disturbo alimentare è l’alterazione dell’immagine corporea che può arrivare ad essere un vero e proprio disturbo. La percezione che la persona ha del proprio aspetto ovvero il modo in cui nella sua mente si è formata l’idea del suo corpo e delle sue forme, sembrano influenzare la sua vita più della sua immagine reale. Spesso chi soffre di anoressia non riesce a giudicare il proprio corpo in modo obiettivo; l’immagine che rimanda lo specchio è ai loro occhi quella di una ragazza coi fianchi troppo larghi, con le cosce troppo grosse e con la pancia troppo “grande”. Soffrire di un disturbo dell’alimentazione sconvolge la vita di una persona e ne limita le sue capacità relazionali, lavorative e sociali, per la persona che soffre di una disturbo dell’alimentazione tutto ruota attorno al cibo e alla paura di ingrassare. Cose che prima sembravano banali ora diventano difficili e motivo di ansia, come andare in pizzeria o al ristorante con gli amici, partecipare ad un compleanno o ad un matrimonio, spesso i pensieri sul cibo assillano la persona anche quando non è a tavola, ad esempio a scuola o sul lavoro; terminare un compito può diventare molto difficile perché nella testa sembra che ci sia posto solo per i pensieri su cosa si “deve” mangiare, sulla paura di ingrassare o di avere una crisi bulimica.

Disturbi connessi ai DCA…

Spesso il disturbo alimentare è associato ad altre patologie psichiatriche, in particolare la depressione, ma anche i disturbi d’ansia, l’abuso di alcool o di sostanze, il disturbo ossessivo-compulsivo e i disturbi di personalità. Possono essere
presenti comportamenti autoaggressivi, come atti autolesionistici (ad esempio graffiarsi o tagliarsi fino a procurarsi delle piccole ferite, bruciarsi parti del corpo) e tentativi di suicidio.

Perché non si arriva subito a una richiesta di cura: la “luna di miele” con la malattia ……

Chi soffre di anoressia nervosa all’inizio non sempre si rende conto di avere un problema, anzi, all’inizio, la perdita di peso può far sentire la persona meglio, più magra, più bella e più sicura di sé. A volte le persone ricevono complimenti durante la loro iniziale perdita di peso e questo può rinforzare la sensazione di stare facendo la cosa giusta. Quando le cose invece cominciano a preoccupare, perché la perdita di peso è eccessiva o comunque comporta un cambiamento importante della persona, molti non sanno come affrontare l’argomento, in genere sono i familiari che, per primi, allarmati dall’eccessiva perdita di peso, si rendono conto che qualcosa non va. Anche per loro però non è facile intervenire, soprattutto quando la figlia o il figlio pur avendo consapevolezza del problema, rispondono con frasi come “non ho nessun problema …sto benissimo….. il problema sei tu!”. Uno degli aspetti più gravi di questa malattia è la negazione della malattia e la resistenza al trattamento terapeutico, e per questo motivo l’anoressia nervosa viene identificata dall’ o.m.s come seconda causa di morte tra le ragazze fra i 12 e i 25 anni nel mondo occidentale. La terapia dell’anoressia prevede il ricovero in centri specializzati e viene effettuata da una equipe di medici, psicologi, dietisti, educatori ed infermieri con trattamenti farmacologici, rieducazione alimentare e psicoterapia. Anche chi soffre di bulimia nervosa spesso si rivolge ad un terapeuta solo dopo molti anni da quando il disturbo è cominciato; come nell’anoressia, inizialmente non si ha una piena consapevolezza di avere una malattia, ma soprattutto un forte senso di vergogna e di colpa sembra “impedire” alla persona di chiedere aiuto o semplicemente di confidare a qualcuno di avere questo tipo di problemi. Il fatto di non riconoscere di avere un problema o di usare i sintomi del disturbo alimentare per cercare di risolvere le proprie difficoltà può avere delle importanti conseguenze sulla richiesta di un trattamento. Per le persone che soffrono di bulimia nervosa l’angoscia può essere ancora più forte per il fatto che perdere il controllo sul cibo fa percepire il peso corporeo (che molto spesso è normale) come eccessivo.
Sia nell’anoressia nervosa che nella bulimia nervosa, la valutazione di sé stessi dipende in modo eccessivo dal peso e dalla forma del proprio corpo.
Questi tipi di disturbi occupano uno spazio molto particolare nell’ambito della psichiatria, poiché oltre a “colpire” la mente e quindi a provocare un’intensa sofferenza psichica, essi coinvolgono anche il corpo con delle complicanze fisiche talvolta molto gravi interessando vari organi. Una costante, e forte, carenza di cibo indebolisce il cuore, che non riceve più l’energia sufficiente per funzionare al meglio. Gli anoressici si sentono in permanenza deboli e spesso hanno freddo. L’assenza di certi minerali (dovuta alla riduzione troppo drastica degli alimenti) può innescare delle aritmie dovute principalmente alla carenza di potassio. L’intestino disimpara a lavorare e diventa sempre più pigro, la pelle si secca e spesso resta danneggiata, gli squilibri ormonali producono una fine peluria presente sulle guance e sulla schiena. La carenza di proteine indebolisce i capelli, che diventano sottili e fragili; l’insufficiente apporto di liquidi può danneggiare in modo grave l’apparato urinario, e in particolare i reni, perché le sostanze dannose contenute nel sangue aumentano la loro concentrazione e la permanenza nell’organismo. Come i capelli, anche le unghie diventano fragili per la carenza di alcune proteine. Le ossa perdono il calcio e altri minerali. Non trovando queste sostanze negli alimenti, le «centrali di controllo» dell’organismo vanno a cercarle lì dove le trovano: nello scheletro, che va progressivamente incontro a un processo di osteoporosi. Anche i muscoli vengono auto digeriti dall’organismo, che ha assolutamente bisogno di proteine e non riesce a recuperarle attraverso il cibo. Così, vengono demoliti i muscoli ed estratte le proteine da cui sono formati, è un meccanismo molto pericoloso, che si estende anche alla muscolatura del cuore. Bruciore all’esofago e l’erosione dello smalto dei denti sono una conseguenza dei vomiti indotti.

Solo una piccola percentuale di persone che soffrono di un disturbo dell’alimentazione chiede aiuto.

E’ importante che i genitori o i familiari di chi soffre di un disturbo dell’alimentazione abbiano degli strumenti a disposizione per aiutare meglio i propri figli, conoscere la malattia, comprenderla nelle sue caratteristiche e nella sua evoluzione è un passo indispensabile. La famiglia, insieme al paziente che soffre di disturbi del comportamento alimentare, è da considerarsi una vittima della malattia e delle sue conseguenze. I familiari, quando lo richiedono e quando il figlio è
d’accordo, vanno pertanto sostenuti, coinvolti e aiutati, anzi, se sono disponibili in termini di tempo e salute, vanno considerati una risorsa indispensabile nel programma terapeutico.

Le “responsabilità” della famiglia

Uno degli aspetti più importanti che emerge quando in una famiglia uno dei membri comincia ad avere problemi a livello psicologico, è la ricerca del perché. Un pensiero ricorrente nei familiari è: “è colpa nostra?”, “dove abbiamo sbagliato?”. E’ importante ricordare che colpevolizzare sé stessi o gli altri non ha mai aiutato nessuno. Le cause dei disturbi alimentari sono molteplici e il comportamento di chi soffre di questi disturbi dipende da moltissimi fattori, solo alcuni sono direttamente collegati al funzionamento familiare. L’interrogativo da porsi non è: “di chi è la colpa?”, ma: “qual è la cosa migliore da fare adesso? cosa possiamo fare per aiutare nostro/a figlio/a?”. Il senso di colpa impedisce di vedere le vie di uscita, causa dissapori tra i familiari (che magari si incolpano a vicenda) e contribuisce a mantenere o a cronicizzare il disturbo stesso.
Anche quando il figlio\a riesce a parlare delle “colpe”, e’ importante essere uniti poiché all’interno della famiglia esiste un obiettivo comune: combattere il disturbo dell’alimentazione e non combattere tra persone (anche quando le difficoltà tra coniugi o tra familiari esistono anche da prima dell’insorgenza del disturbo), questo obiettivo comune deve aiutare ad agire in sintonia. Rinfacciarsi le colpe non aiuta nessuno: è più importante guardare avanti e cercare soluzioni.
Colpevolizzare chi soffre in genere deriva da scarse conoscenze sull’origine di questi disturbi, la persona che soffre, la famiglia, vanno invece indirizzate e aiutate a chiedere aiuto ad un centro specialistico.
Cercate di non vergognarvi né di vostro figlio/a né di voi stessi; non allontanatevi o isolatevi dagli altri, ma cercate di trovare appoggio negli altri, anche il senso di vergogna come il senso di colpa è controproducente e spesso questi due sentimenti sono correlati tra loro. Un disturbo dell’alimentazione è una malattia e non è una “questione di volontà”: i disturbi alimentari non sono affrontabili con la semplice forza di volontà, ma richiedono l’intervento di una o più persone competenti (equipe multidisciplinari), e’ meglio quindi evitare frasi come: “sei tu che non ti impegni a guarire” oppure “sono sicuro che ce la puoi fare, basta che ce la metti
tutta”. Quando poi una persona non ce la fa (e da soli è veramente difficile riuscirci), ha perso ancora una volta la fiducia e stima in se stesso e, a questo punto, anche quella dei genitori.
Le associazioni di familiari
Esistono e stanno diffondendosi associazioni di familiari e altri volontari che si occupano di sensibilizzare l’opinione pubblica e la politica sanitaria con vari tipi di iniziative. Svolgono un ruolo importantissimo con attività di prevenzione primaria dirette a riconoscere e ad evitare che la malattia insorga. Inoltre, rappresentano una rete di solidarietà ed aiuto per le famiglie in difficoltà.

http://www.consultanoidca.it/